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In questo quadro anche le banche europee e italiane dovranno recuperare competitività. Tuttavia se il Sistema Paese si muovesse per tempo e con i provvedimenti opportuni si potrebbe ridurre l'impatto sociale della situazione. Ne è convinto Giovanni De Censi, presidente dell' Istituto Centrale della Banche Popolari, leader nel campano della montica e dei pagamenti elettronici con una quota di mercato di circa il 45%. Per De Censi ci sono due aree in cui è possibile intervenire rapidamente ottenendo risultati sensibili. La prima è la "smaterializzazione" dei pagamenti e la seconda quella del contratti dei bancari.
Presidente De Censi quanto costa al nostro Paese lo scarso utilizzo dei pagamenti elettronici e delle carte di credito?
«C' è un dato che dovrebbe far riflettere ed è il costo della gestione del contante. Uno studio dell' Abi ci dice che questo costo, per quanto riguarda il settore privato, ammonta a circa 10 miliardi di euro all' anno. Si tratta di una cifra pari allo 0,6%-0,7% del nostro Pil. Ebbene, di questi 10miliardi circa il 35 per cento grava sulle banche. Siamo di fronte ad una spesa inutile che si potrebbe tagliare con una serie di vantaggi che coinvolgerebbero non solo gli istituti di credito ma anche le imprese, le amministrazione pubbliche e i cittadini. E non basta. Secondo una stima di massima dell'Abi, l'impatto economico sull'amministrazione pubblica sarebbe di ben 20 miliardi di euro».
Sommando il settore privato e quello pubblico si arriva a qualcosa come 30 miliardi di euro. Stiamo parlando di una massa di denaro enorme pari a circa il 12% del Pil. Possibile?
«L' impatto sul settore privato (banche, imprese e famiglie) è frutto di uno studio dell'Abi; i 20 miliardi a carico del settore pubblico sono solo una stima di massima tutta da verificare. Comunque non c'è dubbio che per il Paese il peso di questo fenomeno sia rilevante. Per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, ad esempio, è chiaro che la gestione del contante assorba tantissimi dipendenti impiegati nella gestione dei rapporti con il cittadino. Basti pensareagli smarrimenti, ai furti, alle rapine».
E poi c' è il sommerso, alimentato dal fiume di denaro liquido.
«L' eccesso di contante in circolazione contribuisce ad alimentare il fenomeno del sommerso, significativamente più elevato in Italia (26,2 percento del PIL) che negli altri Paesi europei (media: 17,9 per cento). La riduzione del contante con la conseguente tracciabilità dei pagamenti elettronici si tradurrebbe in una diminuzione sensibile di tutta l'area del sommerso».
Per le banche, come vengono spesi questi 3,5 miliardi all' anno?
«La prima voce sono le assicurazioni nei confronti del rischio di furti e rapine. D' altra parte come meravigliarsi? Più soldi ci sono in giro più il rischio sale. Nel nostro Paese le transazioni in contante rappresentano numericamente il 90% del totale anche se in termini di valore, l'incidenza è modesta, pari al 3 per cento».
E le altre voci di spesa?
«La gestione del contante coinvolge un meccanismo complesso e ramificato. Pensiamo alla sicurezza e al trasporto del denaro. Sicurezza vuol dire investimenti in caveau, cassaforti, servizi di sorveglianza. Quanto ai trasporti si traducono ancora una volta in servizi di sicurezza, logistica, flotte di furgoni blindati da acquistare e manutenere. Poi ci sono i conteggi che impegnano molti dipendenti. Senza contare l'antiriciclaggio. Ha idea dei costi che il sistema bancario deve sopportare in questo ambito tenendo sotto controllo le operazioni a rischio e segnalandole alle autorità»?
Cosa propone per ridurre il costo del contante? La soluzione che viene subito in mente è la riduzione del denaro prelevabile settimanalmente in banca che oggi è di 2.500 euro. Lei che ne dice?
«Io penso che il problema sia soprattutto culturale. Dobbiamo abituare gli italiani a ricorrere sempre di più agli strumenti di pagamento elettronico. Certo, la riduzione del prelievo può aiutare. Tuttavia penso che il vero elemento sia un altro. E cioè 'convincere' in tempi brevi l'amministrazione pubblica ad accettare solo pagamenti elettronici anche per le somme più modeste. Lei si immagina cosa potrebbe significare»?
No, ce lo dice lei?
«Intanto ci sarebbe meno denaro in giro tagliando così i rischi di furti e rapine a danno dei cittadini. Inoltre il vantaggio economico per la stessa Pubblica Amministrazione risulterebbe enorme. Da una parte, infatti, assisteremmo ad una riduzione dei costi che si riverbererebbe positivamente sulle imprese e sulle famiglie. Dall' altra si liberebbero delle risorse umane che potrebbero essere utilizzate in compiti diversi».
Lei sostiene che per difendere l'occupazione nelle banche bisognerebbe modificare il contratto. Ci può spiegare in che modo?
«Il mio è un appello a far presto e ad affrontare l'emergenza prima che ci coinvolga. Perché il vero rischio è che per tagliare i costi vengano chiusi tantissimi sportelli, quelli periferici. La soluzione è semplice: adottare il sistema già in uso in Svizzera, Belgio e in altri paesi europei, quello del contratto di lavoro per i parasubordinati utilizzato in Italia per i dipendenti degli agenti d'assicurazione. Un contratto che commisura una parte della retribuzione ai risultati aziendali».
Gli sportelli periferici si trasformerebbero in una sorta di franchising per le banche?
«Sì, sarebbe più o meno così. Questa formula, rendendo flessibili le retribuzioni, garantirebbe la sopravvivenza delle piccole agenzie periferiche. E stimolerebbe un atteggiamento imprenditoriale a tutti i livelli».